Una gara carica di emozioni e significato, in una città che accoglie, abbraccia e ripaga ogni fatica


“Mi alzo, ma non sono assolutamente d’accordo” (cit.)

Penso che ci troveremo tutti concordi nell’affermare che, di tutte le abitudini, la sveglia sia senza dubbio la più diffusa nonché la più odiata. Da qui la domanda che mi è stata rivolta più spesso da quando ho cominciato a correre: ma chi te la fa fare?

Già… chi me la fa fare? Quante volte l’ho pensato e quante volte ancora lo penserò, ma vi posso spiegare…Per prima cosa, sfatiamo il mito che il runner medio salti fuori dal letto al primo canto del gallo.

La verità è che, quando questa maledetta suona e fuori è ancora buio, conta solo la quantità immediata di scuse che il cervello riesce ad inventarsi per girarsi dall’altra parte e continuare a dormire. Ah, un consiglio! Non impostate mai come sveglia una canzone che vi piace nel tentativo di indorare la pillola. Finirete con l’odiare entrambe le cose!

Ma torniamo a noi… chi me la fa fare quindi?

In primis il piacere della compagnia. Presentarsi al ritrovo con la propria squadra è sicuramente il modo migliore di cominciare la giornata. Se la gara è fuori porta ancora meglio… il viaggio e la suddivisione in macchina faranno somigliare tutto ad una gita scolastica.

E poi arrivi sul luogo dell’evento e ti trovi davanti Porto Antico, il mare, l’alba e tutta quella gente in calzoncini e scarpe da corsa.Una maratona ricca di emozioni e nuovi incontri

Eh sì, oggi vi porto con me a Genova! La mia seconda maratona.

Scelta insolita perché la città ligure non è certo famosa per questa gara ma, da buona genovese e a seguito degli eventi del ponte Morandi, non potevo non partecipare.

L’importanza e l’emozione di partecipare a questa manifestazione sportiva.

Non ricordo una particolare affluenza, ma sicuramente una palpabile emozione. Le squadre di casa la fanno da padrona e io sono piccola con la mia maglia rosso Buccella, ma grande nell’orgoglio.

La temperatura è mite, il cielo nuvoloso. Per un runner il miglior clima desiderabile.

La commozione arriva subito quando una superstite della tragedia dà lo sparo della partenza. Si comincia con gli occhi lucidi. Questa proprio mi mancava in una gara podistica!

Il percorso non è dei più semplici tanto per la testa, quanto per le gambe. Da subito, lasciandoci il porto alle spalle, ci infiliamo in un dedalo di carruggi lungo 5km. L’eccitazione è talmente forte che neanche si sentono i saliscendi, almeno finché non spuntiamo in via XX Settembre dove, l’ampiezza della strada e la luce che torna a farsi forte, fa somigliare la gara ad una qualsiasi maratona.

Sappiamo tutti che la direzione è Corso Italia e poi dritti fino a Boccadasse e, forse, acceleriamo (nonostante la salita) proprio per la fretta di goderci il panorama. Passa veloce anche questo tratto e siamo già sulla sopraelevata in direzione Lanterna, simbolo della città.

La calma di Genova mi stupisce. In genere la gente in macchina o a piedi si altera al passaggio dei podisti che paralizzano il traffico, ma non i genovesi… loro ci guardano e fanno il tifo quasi a ringraziarci di correre per loro.

E così, senza farci troppo caso, siamo già al diciottesimo km, il più bello nonostante non ci sia il mare ma anche il più difficile a livello psicologico. Si tratta di un lungo viale che ci porta dritti dritti ai piedi del ponte Morandi. Il tifo qui si è intensificato e il ponte davanti a me è mastodontico.

Dimentico le gambe e riesco solo a guardare verso l’alto senza provare caldo, freddo, stanchezza, sete, niente… sono solo tanto assorta da sentire la paura provata da chi era lì quel giorno.

Guardo le case, immagino il rumore, la polvere, il caos e sento la voglia di scappare prima che mi crolli un pezzo di asfalto sulla testa (solo a fine gara scoprirò di aver corso proprio qui il mio km più veloce).

Giro di boa e sono di nuovo in zona Fiumara direzione porto ma, nonostante la voglia di arrivare alla fine, vorrei girarmi e tornare indietro quasi a coccolare la mia città.

La fatica fisica e psicologica, che si vincono meglio in compagnia.

Un bip mi riporta alla gara. Solo al ventesimo km e il mio orologio mi sta abbandonando. Una tragedia! Come farò a correre altri 23 km senza riferimenti? Per di più ora il percorso sarà un incessante avanti e indietro tra sopraelevata e Corso Italia, girando intorno al traguardo per ben cinque volte.L?orgoglio di appartenere ad una squadra E qua arrivano i miei angeli.

Omar, il pasticcere “colorato” di Chiavari e Luca il Triatleta al suo esordio in maratona. Omar ha i crampi e si trascina come meglio può nel suo abbigliamento in cotone. Gli metto una mano sulla spalla e gli dico di stare al mio fianco che insieme ce la faremo.

Ripartiamo e poco più avanti raggiungiamo Luca. Sta camminando e, probabilmente, odiando la corsa come ogni runner davanti al muro del trentacinquesimo km. Lo affianchiamo e formiamo una squadra bizzarra ma vincente.

Io ho la nausea, mi scappa la pipì e giuro di non essere mai stata tanto nervosa e stanca in vita mia. E poi ho fame, ho la sensazione che il mio corpo si stia autodivorando dall’interno e, al ristoro del quarantesimo, quando ormai chi è passato prima di noi ha fatto piazza pulita di ogni genere alimentare disponibile, mi ritrovo a masticare le bucce di arancia.

La maratona non fa sconti ma ci siamo, mancano solo due km e ovviamente sono in salita. Li affrontiamo in silenzio perché se 43 persone hanno perso la vita per disgrazia, noi per rispetto non possiamo concederci il lusso di lamentarci per un po’ di mal di gambe.

Ma ora ci siamo davvero! Una piccola discesa e l’ingresso in Porto Antico dove ci accolgono il traguardo e le facce amiche che ci stanno aspettando da circa quattro ore.

“Ragazzi l’abbiamo sfangata!!” ci diciamo e ci stringiamo con le lacrime agli occhi e la medaglia al collo.

E poi Giuliana, la mia compagna di squadra, perché far parte dei Buccella significa che c’è sempre qualcuno che ti segue per abbracciarti alla fine e il resto del gruppo a farti trovare il cellulare intasato di messaggi.

Il ricordo, la commozione e una corsa che rimarrà sempre nel cuore.

Però non è ancora tempo di riposare! La particolarità di questa corsa sta nel fatto che alla fine dei canonici 42,195 km è prevista una passerella che conduce fino al quarantatreesimo. 43 km per 43 vittime.

Ecco, io non so se Omar, mesi dopo, farcisca pasticcini a Chiavari pensando ancora a quella mattina di dicembre o se Luca, nei weekend con suo figlio, ragioni sulla prossima maratona… So per certo che io quella corsa la porterò nel cuore, ma non la farò mai più, come sempre accade con le cose più belle che non possono e non devono essere replicate per non perdere la loro unicità.

Cara Genova, ci rivedremo per il mare, la focaccia e l’acquario ma adesso ho nuovi km da macinare… a presto!

La tua Fef.

Ps. Road to Rome!

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